15 commenti su “Linguaggio inclusivo in italiano: guida pratica per chi scrive per lavoro (e non)”

  1. Grazie molto completo e molto chiaro (il testo)
    Lo ripubblico domani citando la parte EMA sulla pagina #Amigay che parla di questioni sanitarie….
    Tuttavia nel mondo LGBTI questa è diventata ragione di lotte intestine tra persone LGBTI come sulle non meno complesse e ridondanti autodefinizioni.

    Può aiutarci a dare una lettura anche alla complessità delle autodefinizioni e delle necessità di classificazione ad esempio in medicina o in psicologia o in sociologia o negli atti burocratici?

    Grazie

    1. Ho letto l’articolo, grazie per il contributo! E che coincidenza l’uso della schwa. Trovo curioso che persone diverse siano arrivate alla stessa conclusione senza parlarsi. Chissà che pian piano non si affermi come alternativa al maschile e femminile.

  2. Post molto interessante ed esaustivo!
    Mi chiedo soltanto una cosa: la soluzione dell’uso simmetrico non rischia comunque di escludere i non binari? Mi trovo a tradurre un videogioco e si suggerisce al giocatore di “ask a friend”. In questo caso, “chiedere a un amico o a un’amica” non sarebbe comunque una forma escludente rispetto ai non binari? In linea generale ho potuto usare altri escamotage per evitare il genere, ma mai la schwa o simili, quindi utilizzarla solo in un caso o in pochi casi all’interno del videogioco non avrebbe senso. Avevo pensato a “un membro del tuo gruppo di amici”, ma comunque con “amici” si utilizza il maschile con valenza neutra.
    Qualche consiglio?
    Grazie mille!

    1. Sì, l’uso simmetrico esclude i generi non binari. Le varie strategie hanno pregi e difetti; la neutralità, ad esempio, se da un lato include tutti i tipi di persone, dall’altro “nasconde” la diversità, che è comunque un valore.
      “Amico” è una parola difficile da neutralizzare. Nei videogiochi e nelle applicazioni in genere non c’è molto spazio, quindi ci si deve “arrendere” al maschile sovraesteso. Per esperienza personale, anche i clienti che chiedono di usare un linguaggio gender-neutral prevedono una priorità. Un maschile sovraesteso in un’interfaccia utente è più accettabile di uno in un’email.

  3. Sebbene non sia contraria all’uso inclusivo di declinare i nomi delle professioni in base al genere, per quanto riguarda la mia di architetto rimango dell’idea esposta nel riquadro proposto. Purtroppo anni di svilimento di “-tetta” con battute allusive l’attributo fisico femminile, quasi fosse un plus integrante le competenze di categoria, me l’ha fatto cadere in disgrazia. E ormai ho una certa età.
    Come ogni cosa vale il contesto e l’equilibrio ma personalmente mi firmo ancora con la “o”.
    Grazie per questo articolo e relativi riferimenti, mi piace molto l’idea di prendere dimestichezza con l’inclusione e la valorizzazione anche nel quotidiano. Missione non facile.

    1. Riprendo un post su Facebook di Vera Gheno di un paio di settimane fa:

      Durante una partita, uno degli spettatori urla FALLO!.
      Nessuno fa nemmeno un plissé, nessuno lo guarda con riprovazione o perplessità perché ha usato un termine casualmente identico a uno dei tanti sinonimi del membro virile.

      Arriva la persona che deve progettarti casa e si presenta come l’ARCHITETTA Rossi: ridiventano tutti dei piccoli Pierino quinquenni che hanno appena scoperto la carica comunicativa esplosiva di CACCAPUPÙ; si danno di gomito, sorridono sornioni, gesticolano a indicare la dimensione delle (archi)tette dell’architetta.

      Morale della favola? Boh. Traiamole insieme.

      Non so se basterà a farti riconsiderare l’uso della -a, ma mi è venuto subito in mente. 🙂

  4. Innanzitutto grazie per avers scritto questo articolo estremamente interessante! Vorrei fare una domanda. Giorni fa, discutendo con i miei amici su questioni di linguaggio inclusivo, mi è venuto in mente il mio professore che, entrando in una classe in cui c’erano più donne che uomini, ha salutato dicendo “Buongiorno ragazze”. Nella discussione io difendevo il mio professore sostenendo che fosse corretto, mentre i miei amici non sembravano convinti e ora non riesco a trovare effettivamente un documento che confermi la mia tesi. Inoltre, nonostante questo articolo sia estremamente chiaro su molti aspetti del linguaggio inclusivo, mi sembra che non riporti tale caso (o un caso simile). Posso chiedere cortesemente un chiarimento?

    1. Ciao Maria Teresa. In effetti la guida non tocca l’argomento femminile sovraesteso: rimedieremo presto. Alma Sabatini lo consiglia per i gruppi a prevalenza femminile. Non è mai diventato una consuetudine e in qualche caso può suonare strano o essere inteso come escludente nei confronti dei maschi, proprio come il maschile sovraesteso nei confronti delle femmine. Dipende molto dalla sensibilità di ciascuna persona. Credo che in una situazione come la tua debba prevalere il dialogo: se la quota di maschi non è d’accordo, allora si potrebbe concordare una soluzione a metà strada tipo “Buongiorno ragazze e ragazzi”. Cosa ne pensi?

  5. Ciao a tuttɘ, ho dei dubbi pratici sull’utilizzo dello schwa (che trovo molto inclusivo e scorrevole nella lettura). Il mio primo dubbio riguardano gli articoli determinativi: studenti vale per maschi e femmine ma per rivolgersi ad una collettività eterogenea di studenti utilizzando lo schwa quale articolo bisogna usare? Gli/le studenti oppure (g)lɘ studenti? casoponendo non vi siano escamotage scomodi. Non solo questo esempio ma come si usa
    Altro dubbio: è sconsigliabile mixare in un testo schwa, @, * e /?

    1. Ciao! L’uso dello schwa è ancora sperimentale e distante dall’essere normato. Nella pratica troverai vari approcci, a volte anche incoerenti o perfezionabili. Prova a dare un’occhiata a queste indicazioni del sito Italiano inclusivo. Per quanto riguarda l’uso concomitante di più soluzioni, mi sento di sconsigliarlo: schwa, asterisco e chiocciola di fatto assolvono alla stessa funzione, in più le sbarre influiscono sulla leggibilità. Credo sia meglio scegliere quella più convincente o pertinente al mezzo, al pubblico o al progetto editoriale.

  6. Buon pomeriggio e grazie infinite per questo articolo così esaustivo e ben scritto.
    Risiedo e lavoro come docente di italiano negli Stati Uniti. Qui la questione del linguaggio inclusivo, soprattutto in riferimento al sistema binario delle lingue romanze, è pi`¨ù accesa che mai. Gli istituti universitari hanno in alcuni casi, come nel mio, richiesto ai dipartimenti di lingue romanze di trovare soluzioni concrete alla questione, dietro spinta del corpo studentesco che chiede il diritto di potersi esprimere pienamente nel caso in cui non ci si identifichi in nessuno dei due generi previsti.
    Al momento, sto creando delle linee guida per l’italiano, molti simili a quelle presentate in questo articolo, con la premessa che le stesse soluzioni adottate presso il nostro istituto non saranno necessariamente le stesse adottate da altri. E con la precisazione che al momento non esiste una risposta “ufficiale” (lungi dall’esserci, se si guardano le posizioni, per esempio, dell’Accademia della Crusca o di alcuni “intellettuali” italiani).
    Per motivi pratici, abbiamo deciso di adottare l’asterisco per le desinenze non binarie (anche se avevamo inizialmente una preferenza per lo shwa, come la Gheno!). Incoraggiamo, inoltre, un uso neutro della lingua o la circonlocuzione laddove il binarismo resta, almeno per adesso, un ostacolo troppo difficile da eliminare (“questa persona”, invece di “lui/lei”, per esempio). Non è un lavoro facile, e le nostre linee guida sono lontane dall’essere perfette. Tuttavia, lo stiamo facendo con la speranza che sarà di aiuto ai nostri studenti, e un primo passo verso una maggiore libertà d’espressione per le generazioni a venire.
    Grazie di nuovo per il grande aiuto e per questa meravigliosa risorsa.
    Carmen

  7. Guida molto interessante 😉
    Se posso esprimere un paio di commenti a ruota libera sull’ultima parte e sul linguaggio informale in generale:

    Credo personalmente che nel comunicare sia sempre meglio aggiungere delle informazioni piuttosto che rimuoverle, perciò non apprezzo più di tanto gli * ed altri troncamenti. Per quanto poco elegante, usare “/” può risultare più efficiente e diretto, oltre che già usato da tempo nei moduli da compilare ad esempio; non penso sia da scartare a priori. (Soprattutto rispetto a certi “cari tutti e care tutte”; c’è poca creatività come hai fatto ben notare.)

    Sono molto ignorante in linguistica, ma lo schwa sembra essere riportato come “scevà” nella letteratura italiana in merito a dialetti ed altri usi preesistenti; penso che riportarlo in questo modo aiuterebbe la discussione nel nostro paese 🙂 sia perché più facilmente pronunciabile sia perché tendo ad evitare gli anglicismi quando possibile.

    Ultimo ma non da ultimo, vi scongiuro, per piacere, evitare di utilizzare la -u come desinenza neutra, in siciliano le parole che finiscono per u sono inequivocabilmente maschili ed inoltre sono spesso associate a contesti poco felici (esempio lampante: puppu, letteralmente polpo/polipo/piovra, è usato come insulto nei confronti degli omosessuali al pari di frocio).

    Un ultimo aneddoto un po’ più allegro: già da vent’anni fa avevamo un parroco (forse perché francescano?) che si riferiva all’assemblea durante l’omelia con “fratelli e sorelle” (o “fratellini e sorelline” se si sentiva particolarmente affettuoso quel giorno); spesso ciò che sembra qualcosa di nuovo dall’esterno è solo la conferma di una prassi già consolidata da tempo 😉

    1. Grazie per il commento! La grafia “schwa” in realtà non è un anglicismo: la parola è di origine tedesca e si trova, ad esempio, anche nel dizionario Treccani. Le difficoltà di ingresso nell’uso penso siano legate più ad aspetti pratici che alla sua grafia. Per quanto riguarda la desinenza -u, nella guida citiamo anche il fatto che in diverse lingue regionali ha una connotazione maschile; forse proprio per questo è un po’ meno diffusa di altre. 🙂

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