7 commenti su “Linguaggio inclusivo in italiano: guida pratica per chi scrive per lavoro (e non)”

  1. Grazie molto completo e molto chiaro (il testo)
    Lo ripubblico domani citando la parte EMA sulla pagina #Amigay che parla di questioni sanitarie….
    Tuttavia nel mondo LGBTI questa è diventata ragione di lotte intestine tra persone LGBTI come sulle non meno complesse e ridondanti autodefinizioni.

    Può aiutarci a dare una lettura anche alla complessità delle autodefinizioni e delle necessità di classificazione ad esempio in medicina o in psicologia o in sociologia o negli atti burocratici?

    Grazie

    1. Ho letto l’articolo, grazie per il contributo! E che coincidenza l’uso della schwa. Trovo curioso che persone diverse siano arrivate alla stessa conclusione senza parlarsi. Chissà che pian piano non si affermi come alternativa al maschile e femminile.

  2. Post molto interessante ed esaustivo!
    Mi chiedo soltanto una cosa: la soluzione dell’uso simmetrico non rischia comunque di escludere i non binari? Mi trovo a tradurre un videogioco e si suggerisce al giocatore di “ask a friend”. In questo caso, “chiedere a un amico o a un’amica” non sarebbe comunque una forma escludente rispetto ai non binari? In linea generale ho potuto usare altri escamotage per evitare il genere, ma mai la schwa o simili, quindi utilizzarla solo in un caso o in pochi casi all’interno del videogioco non avrebbe senso. Avevo pensato a “un membro del tuo gruppo di amici”, ma comunque con “amici” si utilizza il maschile con valenza neutra.
    Qualche consiglio?
    Grazie mille!

    1. Sì, l’uso simmetrico esclude i generi non binari. Le varie strategie hanno pregi e difetti; la neutralità, ad esempio, se da un lato include tutti i tipi di persone, dall’altro “nasconde” la diversità, che è comunque un valore.
      “Amico” è una parola difficile da neutralizzare. Nei videogiochi e nelle applicazioni in genere non c’è molto spazio, quindi ci si deve “arrendere” al maschile sovraesteso. Per esperienza personale, anche i clienti che chiedono di usare un linguaggio gender-neutral prevedono una priorità. Un maschile sovraesteso in un’interfaccia utente è più accettabile di uno in un’email.

  3. Sebbene non sia contraria all’uso inclusivo di declinare i nomi delle professioni in base al genere, per quanto riguarda la mia di architetto rimango dell’idea esposta nel riquadro proposto. Purtroppo anni di svilimento di “-tetta” con battute allusive l’attributo fisico femminile, quasi fosse un plus integrante le competenze di categoria, me l’ha fatto cadere in disgrazia. E ormai ho una certa età.
    Come ogni cosa vale il contesto e l’equilibrio ma personalmente mi firmo ancora con la “o”.
    Grazie per questo articolo e relativi riferimenti, mi piace molto l’idea di prendere dimestichezza con l’inclusione e la valorizzazione anche nel quotidiano. Missione non facile.

    1. Riprendo un post su Facebook di Vera Gheno di un paio di settimane fa:

      Durante una partita, uno degli spettatori urla FALLO!.
      Nessuno fa nemmeno un plissé, nessuno lo guarda con riprovazione o perplessità perché ha usato un termine casualmente identico a uno dei tanti sinonimi del membro virile.

      Arriva la persona che deve progettarti casa e si presenta come l’ARCHITETTA Rossi: ridiventano tutti dei piccoli Pierino quinquenni che hanno appena scoperto la carica comunicativa esplosiva di CACCAPUPÙ; si danno di gomito, sorridono sornioni, gesticolano a indicare la dimensione delle (archi)tette dell’architetta.

      Morale della favola? Boh. Traiamole insieme.

      Non so se basterà a farti riconsiderare l’uso della -a, ma mi è venuto subito in mente. 🙂

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