9 commenti su “Linguaggio inclusivo in italiano: guida pratica per chi scrive per lavoro (e non)”

  1. Grazie molto completo e molto chiaro (il testo)
    Lo ripubblico domani citando la parte EMA sulla pagina #Amigay che parla di questioni sanitarie….
    Tuttavia nel mondo LGBTI questa è diventata ragione di lotte intestine tra persone LGBTI come sulle non meno complesse e ridondanti autodefinizioni.

    Può aiutarci a dare una lettura anche alla complessità delle autodefinizioni e delle necessità di classificazione ad esempio in medicina o in psicologia o in sociologia o negli atti burocratici?

    Grazie

    1. Ho letto l’articolo, grazie per il contributo! E che coincidenza l’uso della schwa. Trovo curioso che persone diverse siano arrivate alla stessa conclusione senza parlarsi. Chissà che pian piano non si affermi come alternativa al maschile e femminile.

  2. Post molto interessante ed esaustivo!
    Mi chiedo soltanto una cosa: la soluzione dell’uso simmetrico non rischia comunque di escludere i non binari? Mi trovo a tradurre un videogioco e si suggerisce al giocatore di “ask a friend”. In questo caso, “chiedere a un amico o a un’amica” non sarebbe comunque una forma escludente rispetto ai non binari? In linea generale ho potuto usare altri escamotage per evitare il genere, ma mai la schwa o simili, quindi utilizzarla solo in un caso o in pochi casi all’interno del videogioco non avrebbe senso. Avevo pensato a “un membro del tuo gruppo di amici”, ma comunque con “amici” si utilizza il maschile con valenza neutra.
    Qualche consiglio?
    Grazie mille!

    1. Sì, l’uso simmetrico esclude i generi non binari. Le varie strategie hanno pregi e difetti; la neutralità, ad esempio, se da un lato include tutti i tipi di persone, dall’altro “nasconde” la diversità, che è comunque un valore.
      “Amico” è una parola difficile da neutralizzare. Nei videogiochi e nelle applicazioni in genere non c’è molto spazio, quindi ci si deve “arrendere” al maschile sovraesteso. Per esperienza personale, anche i clienti che chiedono di usare un linguaggio gender-neutral prevedono una priorità. Un maschile sovraesteso in un’interfaccia utente è più accettabile di uno in un’email.

  3. Sebbene non sia contraria all’uso inclusivo di declinare i nomi delle professioni in base al genere, per quanto riguarda la mia di architetto rimango dell’idea esposta nel riquadro proposto. Purtroppo anni di svilimento di “-tetta” con battute allusive l’attributo fisico femminile, quasi fosse un plus integrante le competenze di categoria, me l’ha fatto cadere in disgrazia. E ormai ho una certa età.
    Come ogni cosa vale il contesto e l’equilibrio ma personalmente mi firmo ancora con la “o”.
    Grazie per questo articolo e relativi riferimenti, mi piace molto l’idea di prendere dimestichezza con l’inclusione e la valorizzazione anche nel quotidiano. Missione non facile.

    1. Riprendo un post su Facebook di Vera Gheno di un paio di settimane fa:

      Durante una partita, uno degli spettatori urla FALLO!.
      Nessuno fa nemmeno un plissé, nessuno lo guarda con riprovazione o perplessità perché ha usato un termine casualmente identico a uno dei tanti sinonimi del membro virile.

      Arriva la persona che deve progettarti casa e si presenta come l’ARCHITETTA Rossi: ridiventano tutti dei piccoli Pierino quinquenni che hanno appena scoperto la carica comunicativa esplosiva di CACCAPUPÙ; si danno di gomito, sorridono sornioni, gesticolano a indicare la dimensione delle (archi)tette dell’architetta.

      Morale della favola? Boh. Traiamole insieme.

      Non so se basterà a farti riconsiderare l’uso della -a, ma mi è venuto subito in mente. 🙂

  4. Innanzitutto grazie per avers scritto questo articolo estremamente interessante! Vorrei fare una domanda. Giorni fa, discutendo con i miei amici su questioni di linguaggio inclusivo, mi è venuto in mente il mio professore che, entrando in una classe in cui c’erano più donne che uomini, ha salutato dicendo “Buongiorno ragazze”. Nella discussione io difendevo il mio professore sostenendo che fosse corretto, mentre i miei amici non sembravano convinti e ora non riesco a trovare effettivamente un documento che confermi la mia tesi. Inoltre, nonostante questo articolo sia estremamente chiaro su molti aspetti del linguaggio inclusivo, mi sembra che non riporti tale caso (o un caso simile). Posso chiedere cortesemente un chiarimento?

    1. Ciao Maria Teresa. In effetti la guida non tocca l’argomento femminile sovraesteso: rimedieremo presto. Alma Sabatini lo consiglia per i gruppi a prevalenza femminile. Non è mai diventato una consuetudine e in qualche caso può suonare strano o essere inteso come escludente nei confronti dei maschi, proprio come il maschile sovraesteso nei confronti delle femmine. Dipende molto dalla sensibilità di ciascuna persona. Credo che in una situazione come la tua debba prevalere il dialogo: se la quota di maschi non è d’accordo, allora si potrebbe concordare una soluzione a metà strada tipo “Buongiorno ragazze e ragazzi”. Cosa ne pensi?

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