Gioie e dolori della traduzione audiovisiva

Breve viaggio tra errori madornali e pezzi di bravura

Secondo il responsabile marketing di Nexus TV, azienda di post-produzione milanese partner del colosso americano Netflix, il 99% dei film e delle serie che passano in Italia viene visto in versione doppiata. Siamo così abituati a consumare audiovisivi nella nostra lingua che diamo quasi per scontate attività come l’adattamento e il doppiaggio. Che invece sono importanti, delicate e spesso di una difficoltà infernale.

Condannati all’imperfezione

Chi lavora nel mondo dell’adattamento sa bene che tradurre un prodotto audiovisivo con giochi di parole, stereotipi sociali, vincoli culturali e idioletti diversi non è affatto facile. Occorre fare scelte, procedere per tentativi e trovare vie di mezzo, spesso con la consapevolezza che una parte di senso andrà comunque persa. Senza dimenticare che qualcuno avrà sempre e comunque qualcosa da ridire, che è poi il problema della traduzione in generale.

Quando c’è poco da fare

Un cartone come I Simpson offre molti esempi. Pensiamo a uno dei personaggi principali, il giardiniere Willie, che nella versione originale è di origine scozzese. Farlo parlare con un forte accento sardo può considerarsi una scelta azzeccata, ma cozza con altri elementi come la sua fisionomia, il suo abbigliamento e il suo carattere. I sardi non sono noti per avere barba e capelli rossi, indossare kilt o essere particolarmente fumantini e maneschi. E quando subentrano dei vincoli visivi, i limiti di questa scelta diventano ancora più evidenti.

Il giardiniere Willie dei Simpson vestito da tipico scozzese con alle spalle a bandiera della Scozia
Ehi, che fine hanno fatto i quattro mori?

Di fatto, il personaggio italiano di Willie è un ibrido: a volte originario di Mogorella (provincia di Oristano), a volte scozzese puro, a volte un improbabile misto sardo-scozzese. Ma di nuovo: se da un lato possiamo considerare l’adattamento come incerto, dall’altro dobbiamo sforzarci di comprendere le difficoltà affrontate dagli adattatori, che possono vedersi cambiare le carte in tavola da un episodio all’altro senza preavviso. Dopotutto, la produzione originale va per la sua strada e non si preoccupa di eventuali difficoltà traduttive di ogni singola lingua straniera in cui viene adattato il cartone.

Quando si può fare di meglio

Alcuni errori di traduzione nei Simpson però sono difficili da giustificare e lasciano trasparire una scarsa cura del prodotto. Sul Web si trovano vari esempi, come questo in cui otter diventa “otaria” invece di “lontra”, probabilmente per l’assonanza tra le due parole. Noi stessi ne abbiamo pubblicati due, che però riguardano dei sottotitoli.

Un fotogramma dei Simpson con la scritta "CLASSIFIED" sottotitolata come "classificato"
Post originale

Come dice Licia Corbolante, in un contesto di media generalisti classified deve essere tradotto con “segretato” o “riservato”. “Classificato” è un falso amico, un errore così radicato e diffuso in ambito audiovisivo da trovare spazio persino nei titoli, come nel caso di Ad Astra – Missione classificata.

Un fotogramma dei Simpson dove compare il negozio di Flanders, "The Leftorium", sottotitolato con "L'Avanzorio"
Post originale

Il secondo esempio si deve invece alla mancanza di contesto o a una limitata conoscenza del franchise da parte dell’adattatore. “Avanzorio” come traduzione di Leftorium andrebbe anche bene, peccato che il negozio di Ned Flanders vende articoli per mancini e non rimanenze. Nell’originale del 1991 era “Il Sinistrorium”: forse non la migliore soluzione possibile, ma se non altro la particella left era stata intesa correttamente.

Quando proprio non ci sono scuse

Nei commenti a quest’ultima immagine, diversi follower ci hanno segnalato un clamoroso errore di traduzione nella versione italiana di un’altra opera di Matt Groening, Futurama. Al pari dei Simpson, anche questo cartone presenta molte problemi di adattamento. Ma ciò che accade nell’episodio La macchina satanica (titolo originale: The Honking) ha un che di inspiegabile.

In questa puntata, il robot Bender viene colpito da una maledizione che ogni notte lo trasforma in una Were-Car, un’auto malvagia e incontrollabile. È un chiaro riferimento alla figura del lupo mannaro, in inglese werewolf, facilmente traducibile con “Auto mannara”. Peccato che gli adattatori abbiano interpretato la particella were come il passato del verbo essere e optato per… “Auto-che-era”! Un errore ancora più ingiustificabile se consideriamo che durante l’episodio si vede la Were-Car ululare alla luna.

Difficile immaginare cosa sia andato storto. Al di là dell’aspetto grammaticale, la figura dell’uomo lupo trova ampio spazio nel mondo dell’arte e della narrativa: se ne parla già nella mitologia greca e secondo Internet Movie Database compare in oltre 200 film pubblicati a partire dal 1913. Persino un bambino delle elementari sa che “trasformazione + luna piena = lupo mannaro”. L’unica spiegazione è che gli adattatori non abbiano potuto vedere un solo fotogramma di questa puntata. Questione di scadenze o semplice sciatteria?

Quando la traduzione è meglio dell’originale

Se accostiamo la parola werewolf alla traduzione audiovisiva, è impossibile non pensare a una delle scene più famose di Frankenstein Junior.

Questo scambio di battute tra il dottor Frankenstein e Igor, incentrato sull’assonanza tra where e were, è solo uno dei moltissimi giochi di parole presenti nel capolavoro di Mel Brooks, molti dei quali quasi impossibili da tradurre. Ecco perché lo straordinario lavoro di adattamento della pellicola a opera di Mario Maldesi viene definito addirittura un capolavoro.

Con battute azzeccatissime che in qualche caso fanno più ridere dell’originale, la versione in italiano non perde un solo grammo di ironia rispetto a quella inglese. Segno che se ci si affida alle persone con le giuste competenze, un buon adattamento è possibile. Anzi:

Conosci altri errori o esempi di ottime traduzioni in film, cartoni o serie TV? Lascia un commento oppure scrivici su Facebook, Instagram o Twitter!

Ringrazio Evit di Doppiaggi Italioti per la consulenza. Se ti interessa la traduzione audiovisiva, il suo blog è una risorsa imprescindibile. Per altri esempi di pessimo adattamento italiano, leggi questo articolo di Wired.

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Autore

Ruben Vitiello

2 Post:

Nato a Torino, diventato grande a Genova e tornato Erasmus a Barcellona. Lavoro come localizzatore dal 2011 e nel tempo libero amministro Traduzione di Merda e TDM Magazine. A volte più il contrario.
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2 commenti su “Gioie e dolori della traduzione audiovisiva”

  1. “Scalpel” (bisturi) regolarmente tradotto “scalpello”…
    “Artifact” regolarmente tradotto in qualsiasi ambito con “artefatto”…

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