Marina Invernizzi

5 domande a Marina Invernizzi

Traduttrice e titolare dello studio editoriale Langue&Parole

Come si sopravvive in un mercato competitivo come quello della traduzione? Essere pagati male è una buona scusa per consegnare un lavoro approssimativo? La traduzione è scienza, arte o artigianato? Ha risposto per noi a queste e altre domande Marina Invernizzi, traduttrice e titolare (insieme a Luca Panzeri) dello studio editoriale Langue&Parole.

Cosa provi e cosa pensi quando vedi una traduzione di merda?

D’istinto penso che lì fuori ci sono ancora tante, troppe persone convinte che a) il cliente sia stupido, b) non convenga investire nella propria immagine, e intendo l’intera immagine coordinata del brand, che include ovviamente i testi di brochure, di menù, di siti web e così via. Come consumatrice mi sento presa in giro da queste aziende, che vogliono i miei soldi, ma non intendono investirne. E si sa che chi poco spende… poco rende!

Sottotitoli politicamente scorretti nella serie Netflix What/if

Uno dei nostri articoli più condivisi parla di cosa significa tradurre per Netflix. In poche parole: molto lavoro, scadenze serrate, tariffe basse. Essere trattati e pagati male è una buona scusa per consegnare un lavoro approssimativo, specie quando magari non riesci a trovare un cliente migliore?

Ai nostri studenti diciamo sempre di consegnare il miglior lavoro possibile per le condizioni di lavoro che sono state offerte. È capitato anche a noi di lavorare in condizioni assurde: tradurre 600 cartelle di romanzo nel mese di agosto, dividendolo su tre traduttori, non potrà mai, anche volendo, dare dei risultati pazzeschi in termini di qualità, per intenderci. Insomma, fare sempre del proprio meglio, ma sapendo quando è il caso di non “perderci la testa”. Un lavoro che come professionisti dobbiamo fare, in questo senso, è educare il committente a capire che i miracoli non si fanno.

Cos’è la traduzione: scienza, arte o artigianato?

La traduzione come scienza la lascio agli ambiti strettamente accademici, dove se ne fa una questione teorica: noi sia nel lavoro sia nella formazione che offriamo la vediamo solo dal punto di vista pratico. Per noi è artigianato puro (e infatti, il nostro evento annuale si chiama Artigiani delle parole), perché è una tecnica che si può apprendere, ma diciamo che un po’ di talento (e lì, forse, subentra l’arte), cioè un’abilità nel concatenare le parole in ogni giusto contesto, di certo non guasta… Ecco, sì, direi un mix di artigianato e talento.

Marina e Luca ad Artigiani delle parole 2018

Rispetto alla traduzione editoriale, la traduzione tecnica o la localizzazione sono ambiti di serie B? Oppure sono discipline simili ma distinte, tipo il rugby o il football americano?

La traduzione per noi è sempre solo una: quello che cambia è il “contenitore”, ovvio, ma soprattutto il fine e il destinatario. Bisogna essere in grado di cambiare la propria lingua in base al testo e al lettore, e lasciarci guidare da quello. In questo modo sarò in grado di tradurre il manuale di una lavatrice, così come una narrativa. Poi, per carità: non dobbiamo essere dei “tuttologhi”, alcuni linguaggi possono esserci più congeniali di altri… Bisogna provarsi nel tempo su un po’ di testi diversi, e poi magari decidere se è il caso di specializzarsi e restare solo su certi settori.

Chi l’ha detto che tradurre è un lavoro sedentario? (post originale)

Per certi versi, il mondo della traduzione è una giungla. Molte persone abbandonano la professione, anche a malincuore, perché non riescono a ritagliarsi un posto. È normale che viga la selezione naturale oppure c’è qualcosa che non funziona nel mercato? E che consiglio daresti a un traduttore o una traduttrice capace che sta per arrendersi?

Il problema non riguarda solo il nostro settore, ma un po’ tutto il mercato del lavoro, soprattutto quello dei freelance. La vera difficoltà è trovare un flusso di lavoro costante e mantenerlo nel tempo, garantendoci uno stipendio. Io in genere consiglio di non vedersi solo come dei traduttori, ma come dei consulenti linguistici, quindi provarsi anche su altri servizi: revisioni, correzioni di bozze, editing, lezioni di lingua o italiano a stranieri. Insomma, concepirsi come dei “linguisti”, nel senso più ampio del termine. So che vado controcorrente rispetto ad altre filosofie che vogliono il traduttore “iperspecializzato”, ma questo secondo me è l’unico modo, oggi, per non gettare la spugna dopo qualche mese e provare a mantenersi davvero con le proprie competenze linguistiche. Poi, nel tempo, si può anche provare a tornare alla sola traduzione, se è quello che si desidera di più.

Questa intervista fa parte della serie 5 domande. Facci sapere cosa ne pensi nei commenti oppure sulle nostre pagine Facebook, Instagram e Twitter.


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Autore

Ruben Vitiello

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Erasmus fuori tempo massimo a Barcellona. Lavoro come localizzatore e nel tempo libero amministro Traduzione di Merda e TDM Magazine. A volte più il contrario.
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