Claudia Benetello

5 domande a Claudia Benetello

Professionista nel settore della comunicazione

Come mai vediamo sempre più strafalcioni nella comunicazione scritta? Cos’è esattamente la transcreation? Cosa significa fare sia l’interprete che il traduttore? Ha risposto per noi a queste e altre domande Claudia Benetello, in arte Dropinka, copywriter, traduttrice, interprete e giornalista.

Cosa provi e cosa pensi quando vedi una traduzione di merda?

Da un lato mi arrabbio, perché mi chiedo come si possano prendere cantonate simili, e dall’altro mi intristisco, perché viviamo in un’epoca di pressapochismo linguistico che temo possa avere ripercussioni sulla nostra professione. Se girano certe castronerie, vuol dire che chi ha tradotto non sa fare il suo lavoro, ma anche che è stato ingaggiato da una persona incapace di stabilire se una traduzione è fatta bene o con i piedi. Come posso pretendere che la prossima volta quel cliente si rivolga a me, quando evidentemente è già soddisfatto della mediocrità?

Tra media tradizionali e digitali, social network e altri tipi di comunicazione scritta (e quindi controllata), vediamo sempre più strafalcioni di traduzione o anche solo di italiano. Come ci siamo arrivati? E come possiamo invertire la tendenza?

Se n’è parlato il 30 settembre 2019 durante un incontro con Vera Gheno al Laboratorio Formentini per l’editoria. Fondamentalmente scriviamo tanto (scrittura non sorvegliata, OK, ma scriviamo tantissimo, molto più di 30 anni fa) e leggiamo (spesso sullo schermo del cellulare) solo ciò che ci serve. Facciamo fatica a ritagliarci del tempo per immergerci nella lettura di un libro e inevitabilmente questo incide sulla nostra capacità di scrivere. Quanto alle traduzioni pedestri sempre più dilaganti, ne discutevo con Simone Faré, ingegnere informatico e scrittore. Secondo lui, “anni di traduzioni automatiche zoppicanti hanno rovinato l’orecchio a molti”: non sarà l’unica causa del problema, ma ritengo che possa avere influito notevolmente sul degrado linguistico al quale assistiamo.

Non credo esista una ricetta magica per invertire la tendenza, ammesso che si possa, ma ti rispondo con uno slogan: più libri (ma libri di una certa caratura) e meno machine translation!

Vera Gheno paragona gli errori nella comunicazione all’alitosi: se parliamo con una persona che ha l’alito cattivo, penseremo solo a offrirle una mentina e non a cosa sta dicendo. Ti è mai capitato di essere perseguitata da un errore o di vedere una persona che stimi scivolare su una banalità? La tua idea su di lui o lei è cambiata?

Da sempre, leggendo le riviste di musica italiane, mi sono imbattuta nell’aggettivo “seminale” per definire un disco che ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo di un determinato genere, e nel sostantivo “ballata” per alludere a un brano rock lento. Pertanto nelle mie traduzioni musicali dall’inglese ho spesso e volentieri reso “seminal” con “seminale” e “ballad” con “ballata”. Frequentando un corso tenuto dall’ottima Anna Mioni, però, ho scoperto che in realtà si tratta di termini indubbiamente diffusi nella critica musicale nostrana… ma solo perché nascono come traduzioni pedestri (o dovrei dire TDM?) dall’inglese! “Seminale” significa “relativo al seme” (anche se a onor del vero è entrato nel dizionario come calco dall’inglese nell’accezione figurata di “fecondo”), e “ballata” si riferisce a un particolare tipo di componimento poetico oppure composizioni musicali che nulla hanno a che vedere con i “lentoni”. Da allora mai più “seminale” e “ballata” per me. Proprio perché io stessa non mi sono perdonata questi svarioni, confesso che quando mi capitano sotto gli occhi le corbellerie altrui mi cadono le braccia e cambio un po’ idea su di loro. Dovrei imparare a essere più clemente, con me stessa e con gli altri.

Kit di sopravvivenza contro gli errori di grammatica e traduzione

Negli ultimi anni c’è stato una sorta di boom della transcreation. Ormai qualsiasi agenzia la offre tra i propri servizi, ma forse non c’è ancora tutta questa chiarezza su cosa sia. Persino alcune multinazionali della localizzazione la considerano solo come una traduzione un po’ più staccata dal sorgente. Tu come la vedi?

Sicuramente il termine “transcreation” è molto in voga e c’è chi lo usa al solo scopo di fare colpo sui potenziali clienti, ma è altrettanto vero che non ne esiste una definizione universalmente accettata, né dagli accademici, né dai traduttori. Secondo alcuni la transcreation è una bufala: per loro esiste solo la traduzione e qualsiasi altro termine (transcreation, localizzazione, adattamento e così via) equivale a “darsi un tono”. Per altri invece la transcreation è solo una delle possibili strategie traduttive da mettere in campo, non un servizio a sé stante. Anche fra chi ritiene che “transcreation” designi qualcosa di diverso dalla traduzione, tuttavia, non c’è accordo sul significato e sull’ambito di applicazione di questa attività.

Le agenzie e i traduttori possono fare quello che vogliono, insomma, dato che su questo tema si può dire tutto e il contrario di tutto. Per quel che vale, ho proposto una mia definizione di transcreation e sospetto che i professionisti in grado di fornire il servizio così come lo intendo io siano davvero pochi.

Luoghi comuni su traduttori e interpreti a confronto (post originale)

Sei sia traduttrice che interprete. Come riesci a mantenere l’equilibrio tra due forme mentali così diverse tra di loro? E se, pistola alla tempia, dovessi scegliere una delle due professioni, quale sceglieresti?

In verità non vedo grosse differenze nell’approccio al mio lavoro. Come traduttrice e specialista della transcreation mi occupo rispettivamente di press kit di artisti internazionali, cioè testi informativo-promozionali in ambito musicale, e di materiali pubblicitari e di marketing, cioè testi persuasivi in senso stretto in vari settori merceologici. In entrambi i casi non mi sento di dire che la fedeltà al testo di partenza è sacra. Nella transcreation pubblicitaria questo è abbastanza evidente, ma anche se traduco un comunicato stampa o la biografia di un artista – un testo che andrà in mano ai giornalisti e che verrà da loro utilizzato per scrivere un articolo – non devo solo trasferire le informazioni contenute nel testo di partenza. Devo anche trovare la formulazione più appassionante per il lettore. E quando quell’artista lo traduco dal vivo come sua interprete, quasi sempre in modalità consecutiva, devo senz’altro trasferire i suoi contenuti con precisione ed esaustività, ma anche restituirli in un modo che renda il personaggio interessante e notiziabile per i media. Questo perché faccio parte anch’io della “macchina promozionale” e non mi considero una mera conduttura linguistica, per citare una metafora spesso utilizzata per definire il ruolo dell’interprete.

Se dovessi scegliere tra scrittura (traduzione, ma anche transcreation) e oralità (interpretazione)… non potrei mai. Ho bisogno di entrambe: la prima per le grandi opportunità che offre e la seconda per la grande soddisfazione personale che mi procura.

Questa intervista fa parte della serie 5 domande. Facci sapere cosa ne pensi nei commenti oppure sulle nostre pagine Facebook, Instagram e Twitter!

La foto di Claudia in copertina è stata scattata da Alessandro Morino, mentre l’icona del microfono è di Тимур Минвалеев (Noun Project).


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Autore

Ruben Vitiello

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Erasmus fuori tempo massimo a Barcellona. Lavoro come localizzatore e nel tempo libero amministro Traduzione di Merda e TDM Magazine. A volte più il contrario.
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